L’ARTE che ci fa mettere in gioco, ma che del gioco non fa parte

Avvertenze per l’uso: no pain no game.

Vorrei presentarvi un tipo di arte meno figurativa e più performativa, appunto la “performance art” nell’interpretazione originale di una delle maggiori artiste che ne ha contribuito alla sua diffusione: Marina Abramovic. Si autodefinisce la “nonna della performance art” (tutto si può dire su questa donna ma fatico a vederla come una nonna).

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Il filone trova le sue origine nel teatro dei dadaisti, oltrepassando il coinvolgimento del pubblico e assumendo forme a volte grottesche, strazianti per non dire dei veri e propri esperimenti ecologici di psicologia sociale, che a confronto gli esperimenti di Zimbardo, Sherif e Milgram sembrano un giochetto.

Nel 1974 a Napoli, ad esempio, posò sul tavolo diversi strumenti di “piacere” e “dolore”; fu detto agli spettatori che per un periodo di sei ore l’artista sarebbe rimasta passivamente priva di volontà e avrebbero potuto usare liberamente quegli strumenti. Ciò che era iniziato piuttosto in sordina per le prime tre ore, con i partecipanti che le giravano intorno con qualche approccio intimo, esplose poi in uno spettacolo pericoloso e incontrollato; tutti i suoi vestiti vennero tagliuzzati con le lamette; nella quarta ora le stesse lamette furono usate per tagliare la sua pelle, dalla quale poter succhiare il suo sangue. Il pubblico si rese conto che quella donna non avrebbe fatto niente per proteggersi ed era probabile che potesse venir violentata e stuprata; le venne anche puntata un’arma alla tempia con il dito posizionato sul grilletto.

Si crearono allora due gruppi: i difensori che tentavano di proteggerla dagli istigatori. Se non è questo un esperimento di psicologia sociale!! A mio avviso, la cosa realmente degna di nota, non fu il comportamento del’artista, ovviamente ammirabile, ma il comportamento del pubblico: la performance arte è un’arte dissacrante che priva il pubblico della morale, dei limiti imposti dalla società e lo trasporta verso i confini della curiosità e di un’impulsività nemmeno immaginabile, mettendo di fronte alla propria bestia, all’essere animali, come lo erano le guardie e i carcerati nella prigione di Standford, perché l’uomo diventa succube dell’ambiente e delle dinamiche in cui si trova, depersonalizzare un luogo in cui tutto è possibile, in cui l’unica morale è non avere morale assuefa l’uomo all’essere lupo, e bestia, homo homini lupus.

L’artista ci tiene a precisare che, al contrario, nel teatro il coltello è finto e il sangue è ketchup, qui è tutto reale e autentico. Mettendo il proprio corpo in condizione di farsi male, la Abramovic cerca di superare i limiti del proprio corpo e della sofferenza umana, provando il dolore fisico e mentale e tentando di superarlo. Ha lottato per non essere considerata una folle, ci porta a fare i conti con noi stessi, capire fino a dove possiamo spingerci e accettare e convivere con quelle emozioni che ci stanno strette quando le indossiamo.

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Il pensiero è nichilismo puro, sono le emozioni a prendere il sopravvento, dittatrice della scena e possessori delle persone, la visceralità sovrasta la scena, il tempo si congela, diventando astorico e immobile.

Le emozioni pullulano come un fiume in piena, contrastanti, discordanti e contorcenti, per non parlare del fatto che non ci si limita a guardare e provare ma bisogna agire, prendere decisioni e assumersi le conseguenze delle mie azioni. Le performance della Abramovic sono delle vere e proprie esperienze di vita, dopo le quali la persona esce più arricchita, ha imparato a conoscersi un po’ di più, a controllare e riconoscere emozioni complesse ed essendo così più pronto ad affrontare sfide che richiedono una forte gestione delle emozioni proprie e altrui. La stessa artista spiega: “Mostrando il dolore di fronte al pubblico che guarda io mi libero dalla paura del dolore e tento anche di liberare il pubblico dalla paura del suo proprio dolore”.

Non a caso l’OMS, riconosce tra le life skills, di cui avevamo già parlato, anche la gestione delle emozioni, e per riuscirci devo accettarle e non avere paura di affrontarle:

“Implica il riconoscimento delle emozioni in noi stessi e negli altri; la consapevolezza di quanto le emozioni influenzino il comportamento e la capacità di rispondere alle medesime in maniera appropriata. Emozioni intense come la rabbia o il dolore, se non si è in grado di reagire in modo positivo, possono avere effetti negativi sulla salute”.

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 Nella sua prima performance del 1973, usando venti coltelli e due registratori, l’artista esegue il cosiddetto “gioco dei coltelli” tra le dita delle mani. Ogni volta che si taglia, deve prendere un nuovo coltello dalla fila dei venti che ha predisposto, e l’operazione viene registrata. Dopo essersi tagliata venti volte, l’artista fa scorrere la registrazione, ascolta i suoni e tenta di ripetere gli stessi movimenti, cercando di replicare gli errori, mescolando passato e presente.

Per molti anni continua su questa scia, avventurandosi anche su altri tipi di “spettacoli”, come a Bologna nel 1977. In collaborazione con l’artista tedesco e suo compagno Ulay, si presentano entrambi in piedi, nudi, ai lati di una stretta porta che consente l’ingresso alla galleria d’arte moderna. Chi vuole entrare è costretto a passare in mezzo ai loro corpi, decidendo con imbarazzo se rivolgersi verso il lato del nudo maschile o verso quello femminile.

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Nel 2010 al MOMA di New York, è restata per tre mesi, impassibile, seduta su una sedia. L’installazione prevedeva due sedie attorno a un tavolo e null’altro. I visitatori potevano accomodarsi di fronte e qui, gli attori si osservavano negli occhi senza dirsi una parola.

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È impressionante la quantità di gente che è scoppiata a piangere, o che si portava la mano all’altezza del cuore all’apice dello struggimento, mentre lei non faceva altro che fissarli uno ad uno col suo sguardo addestrato e penetrante. “È stata una specie di catarsi per loro” spiega l’Abramovic, “piangevano come bambini, si sentivano smarriti”. Tuttavia anche l’artista si emoziona una volta, quando a sedersi di fronte a lei, è una persona che conosce bene, molto bene, che non vede ormai da 20 anni: Ulay con cui si era esibita a Bologna (e tante altre volte), compagno di vita, di arte e di “performance”, ritorna a guardarla negli occhi, e dopo aver insegnato a tutti a emozionarci, è anche il suo turno.

https://www.google.it/url?sa=t&source=web&rct=j&url=&ved=0ahUKEwiH-uHi4OXMAhWBGBQKHdwTBZ4QiE4IHjAA&usg=AFQjCNF1sHlk2z9QIx28jtvfnGP_UlkifA&sig2=EKMT-y574yMvWc1UO7gbsA

Giulia

Per approfondire:

http://espresso.repubblica.it/visioni/cultura/2016/03/29/news/la-rivincita-di-ulay-artista-rigoroso-1.255986

http://guide.supereva.it/donne_e_arte/interventi/2008/04/328285.shtml

http://www.nazioneindiana.com/2012/12/15/marina-abramovic-in-fila-al-discount-delle-emozioni/

http://www.vesuviolive.it/cultura/101428-quando-lartista-marina-abramovic-sconvolse-napoli-alla-galleria-morra/

http://la24esimaora.blogspot.it/2013/05/e-quando-marina-abramovic-reincontro.html

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